Morire d’indignazione

Aveva vent’anni Tenzin Wangmo, la monaca buddista che si è data fuoco ieri nella contea di Ngaba, nel Tibet orientale. Prima di accasciarsi al suolo ha camminato per otto minuti sul ponte Sumdo gridando: “Il Dalai Lama deve tornare in Tibet. Vogliamo la libertà religiosa in Tibet”. Dallo scorso marzo nove persone si sono date fuoco in segno di protesta contro il regime di Pechino che non consente la libertà religiosa ai tibetani ancora residenti in Cina. Negli ultimi mesi si è assistito a un risveglio del movimento per la liberazione del Tibet soprattutto nel monastero buddista di Kirti.
19 OTT 11
Ultimo aggiornamento: 15:14 | 12 AGO 20
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Ha scelto il fuoco, l’elemento che purifica, anche Tenzin che è la prima donna a immolarsi per il Tibet. Ed erano studenti a Kirti anche Khaying, di 18 anni, e Choephel, di 19 anni, che lo scorso 7 ottobre si sono dati fuoco insieme mentre, con le mani giunte, gridavano slogan anti cinesi chiedendo libertà per il Tibet e il ritorno del Dalai Lama. Secondo i testimoni i poliziotti cinesi hanno picchiato selvaggiamente sui loro corpi inermi. Il portavoce del governo tibetano in esilio ha detto che il buddismo non approva la violenza contro gli altri né contro se stessi ma “l’autoimmolazione è l’espressione della disperazione e dell’infelicità del nostro popolo”.
Lobsang Sangay, primo ministro tibetano, ha indetto per oggi una giornata di protesta “globale”. Il digiuno e la preghiera “serviranno a sostenere tutti coloro che hanno perso la vita o che sono in carcere difendendo i diritti del popolo tibetano”, ha detto Sangay. E’ una piazza che ha tutti i diritti di essere indignata, e sostenuta.